Abbiamo aggiunto anni alla vita. Ma sappiamo cosa farne?

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28 Settembre 2026
Terza pagina · 1 Ottobre 2026 · ⏱ 5 min · ~1036 parole

Per buona parte della storia umana il problema è stato vivere abbastanza.

Arrivare all’età adulta, superare una malattia, mettere al mondo dei figli e vederli crescere. La vecchiaia era una possibilità concessa a qualcuno, non una stagione della vita nella quale prima o poi sarebbe entrata una parte consistente della popolazione.

Poi è successo qualcosa di straordinario.

Medicina, igiene, alimentazione, condizioni di vita migliori hanno allungato enormemente la nostra esistenza. Nel 1950 l’aspettativa media di vita nel mondo era inferiore ai cinquant’anni. Oggi supera i settanta e nei paesi più ricchi è molto più alta.

Naturalmente queste medie vanno maneggiate con attenzione. In passato pesava enormemente la mortalità infantile e non è vero che a cinquant’anni fossero tutti vecchi e prossimi alla morte. Però il cambiamento rimane impressionante.

Abbiamo conquistato anni.

Il fatto curioso è che non sembra altrettanto chiaro che cosa farne.

Continuiamo infatti a raccontare la vita più o meno con la stessa vecchia mappa. C’è il tempo in cui si cresce e si studia. Quello in cui si lavora, si costruisce una famiglia, si fanno progetti. Poi arriva la pensione e comincia una zona più indistinta. La chiamiamo vecchiaia.

Solo che quella zona, oggi, può durare venti o trent’anni.

Ed è difficile considerare venti o trent’anni semplicemente come un epilogo.

A diciotto anni ci chiedono che cosa vogliamo fare da grandi. A sessantacinque ci fanno una festa, magari ci regalano un orologio, e curiosamente smettono di chiederci che cosa vogliamo fare dopo.

Come se il futuro, da quel momento, fosse diventato soprattutto una questione di durata.

E invece un sessantacinquenne può avere davanti a sé un pezzo di vita lungo quanto quello che separa un ragazzo dall’età adulta. Può continuare a lavorare, se ne ha voglia o necessità. Può viaggiare. Studiare. Occuparsi dei nipoti. Innamorarsi. Fare volontariato. Imparare qualcosa che non conosce. Finalmente dedicarsi a quello che aveva continuato a rimandare.

Può anche annoiarsi terribilmente.

E forse questa possibilità merita qualche attenzione in più.

Abbiamo costruito un’intera cultura per prepararci al lavoro e quasi nessuna per prepararci al tempo liberato dal lavoro. Ci insegnano a diventare produttivi. Molto meno a capire chi siamo quando la professione che ci ha accompagnato per quarant’anni non serve più a definirci.

Naturalmente c’è un rischio, parlando di tutto questo. Quello di trasformare la longevità in un privilegio allegro e universale.

Non lo è.

C’è chi arriva a settant’anni in ottima salute e chi ci arriva dopo una vita di lavori pesanti. Chi ha una pensione che permette di scegliere e chi deve continuare a fare i conti alla fine del mese. Chi ha famiglia, amici, interessi e chi scopre che il problema più difficile non è il tempo che manca ma quello, improvvisamente, troppo vuoto.

Forse anche per questo la parola “anziani” sta diventando poco utile.

Dentro ci mettiamo persone che non hanno quasi nulla in comune.

Un sessantaseienne che dirige ancora un’azienda. Una settantacinquenne che ogni giorno accompagna i nipoti a scuola. Un ottantacinquenne che vive da solo e prende l’aereo per andare a trovare gli amici. Un’altra persona della stessa età che ha bisogno di assistenza continua.

Poi arriva un questionario e sistema tutti nella stessa casella:

65+.

Quel piccolo segno più dice parecchio.

Fino a sessantaquattro anni meritiamo una classificazione. Dopo diventiamo ciò che viene dopo.

Non credo che la soluzione sia raccontarci che settanta sono i nuovi cinquanta. È una delle tante piccole bugie che la nostra epoca racconta per esorcizzare ciò che non le piace.

A settant’anni non se ne hanno cinquanta.

Il corpo cambia. Cambiano le energie. Cambia persino il modo in cui guardiamo il tempo, perché sappiamo che quello davanti è meno di quello che abbiamo alle spalle.

Non c’è niente di particolarmente tragico in questo. Ma neppure bisogno di travestirlo.

La questione è un’altra.

Essere più vecchi non significa necessariamente aver finito di diventare qualcosa.

Forse è proprio questa la parte che culturalmente non abbiamo ancora messo a fuoco. Si è aperta una stagione della vita che le generazioni precedenti conoscevano molto meno: persone ancora autonome, con esperienza, capacità, curiosità e spesso molto più tempo a disposizione.

Non abbiamo nemmeno una buona parola per definirla.

E quando una società non possiede le parole per descrivere qualcosa, spesso significa che non ha ancora capito bene che cosa farsene.

Lo si vede anche nel modo in cui misuriamo il valore delle persone.

Finché lavoriamo produciamo. Quando andiamo in pensione, almeno nei grandi conti economici, cominciamo soprattutto a costare.

Ma è davvero così?

Un nonno che permette ai figli di lavorare occupandosi dei nipoti non produce nulla? Una persona che dedica tre pomeriggi alla settimana a un’associazione non produce nulla? Chi insegna gratuitamente quello che ha imparato in quarant’anni di mestiere, chi accompagna qualcuno a una visita, chi tiene aperta una biblioteca di paese, chi conserva una memoria che altrimenti andrebbe perduta è davvero uscito dalla parte attiva della società?

Probabilmente è il metro che usiamo ad essere un po’ povero.

Nei prossimi anni dovremo certamente discutere di pensioni, sanità, assistenza, non autosufficienza. Con una popolazione che invecchia non sono dettagli e sarebbe ingenuo fingere il contrario.

Ma accanto a questi problemi ce n’è un altro, meno misurabile.

Dovremo inventare un modo diverso di pensare le età della vita.

Forse studieremo più volte. Forse il confine tra lavoro e pensione diventerà meno netto. Potremmo vedere persone di settant’anni iniziare attività che oggi, con un certo paternalismo, continuiamo a considerare “da giovani”.

In parte succede già.

Basta guardarsi intorno. Nelle associazioni, nelle università della terza età, nel volontariato, nei piccoli progetti culturali, persino nelle nuove imprese. Ci sono persone che continuano a progettare proprio nell’età nella quale il vecchio calendario della vita prevedeva soprattutto che cominciassero a ricordare.

Non sappiamo ancora dove ci porterà tutto questo.

Sappiamo però che è accaduto qualcosa che l’umanità aveva desiderato per millenni.

Abbiamo ottenuto più tempo.

Adesso viene la parte difficile.

Capire che cosa farne.

Perché forse la domanda interessante, andando avanti negli anni, non è soltanto quanto tempo ci rimane.

È se c’è ancora qualcosa che abbiamo voglia di cominciare.

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