

Da anni il confronto viene raccontato sempre allo stesso modo: gli Stati Uniti crescono, l’Europa rallenta. L’America innova, l’Europa regola. Di qua il dinamismo, di là la prudenza. Da questo schema discende una conclusione politica precisa: se l’America corre, l’Europa deve imitarla. Meno tasse, meno vincoli, meno welfare, meno Stato.
È proprio questo automatismo che Gabriel Zucman mette in discussione. Economista francese, noto per i suoi studi sulla disuguaglianza, i paradisi fiscali e la tassazione dei grandi patrimoni, Zucman non sostiene che l’Europa stia bene. Non nega i ritardi sull’innovazione, la lentezza decisionale, la debolezza della politica industriale. Sostiene però che il paragone con gli Stati Uniti viene spesso usato in modo ideologico. Si isolano alcuni dati, li si presenta come prova definitiva, e da lì si fa scendere una morale già pronta: il mercato produce efficienza, lo Stato produce freno.
Il primo punto riguarda la crescita. Quando si cita il vantaggio americano, si guarda quasi sempre al Pil complessivo. Ma una parte del divario dipende anche dalla dinamica demografica. Una popolazione che cresce di più spinge in alto anche il prodotto totale. Questo non annulla la differenza, ma la ridimensiona. Soprattutto, impedisce di trasformarla in una verità assoluta.
Il secondo punto riguarda la produttività. Il luogo comune vuole un’Europa meno efficiente, meno competitiva, meno capace di creare ricchezza. Ma se si guarda alla produttività per ora lavorata, il distacco con gli Stati Uniti si restringe. Una parte della differenza sta nel fatto che in Europa si lavora meno ore. In altre parole: non tutto il divario dipende da una minore capacità di produrre. Dipende anche da una diversa organizzazione del rapporto tra lavoro e vita.
Qui il confronto smette di essere soltanto economico. Diventa politico. Perché il problema non è solo quanto si produce, ma quale idea di benessere si considera legittima. Se il criterio unico è la velocità con cui un sistema accumula ricchezza, allora il modello americano appare superiore. Ma se nel giudizio entrano anche i servizi pubblici, il tempo disponibile, la coesione sociale, il livello delle disuguaglianze, allora il quadro cambia. O almeno si complica, che è già un modo più serio di guardare le cose.
L’Europa del Novecento ha costruito la propria identità su questa ambizione: tenere insieme crescita e protezione. Mercato e diritti sociali. Competizione e welfare. Sanità, scuola, trasporti, protezione del lavoro non sono nati come accessori morali, ma come parte di un equilibrio politico e sociale. Quel modello oggi mostra limiti reali. È costoso, talvolta rigido, spesso burocratico. Ma trattarlo come una semplice zavorra significa cancellarne il significato storico e politico.
Naturalmente i problemi europei esistono. L’Unione decide lentamente, investe poco o male, è in ritardo in settori cruciali, confonde spesso la cautela con l’immobilismo. Sarebbe inutile negarlo. Ma da qui a sostenere che il problema sia il welfare o la regolazione il salto è arbitrario. Zucman rovescia il ragionamento: il nodo europeo non è un eccesso di protezione sociale, ma un deficit di investimento strategico. Istruzione, ricerca, infrastrutture, politica energetica: è lì che si misura la capacità di un continente di reggere la competizione, non nello smantellamento delle tutele.
Per questo il confronto con gli Stati Uniti funziona così bene sul piano retorico. Produce un senso di inferiorità europea e, insieme, rende inevitabile sempre la stessa ricetta. Se l’America cresce, allora bisogna tagliare. Spesa pubblica, mediazioni, diritti, regole. In questo racconto il mercato è la soluzione generale e lo Stato il colpevole permanente. Ma è una semplificazione politica, non una necessità tecnica.
La questione vera è un’altra. L’Europa deve cambiare, ma non è affatto stabilito che debba farlo copiando gli Stati Uniti. Modernizzare non significa americanizzare. Si può riformare senza smontare. Si può rendere un sistema più efficiente senza svuotarlo. Si può difendere la competitività senza considerare la protezione sociale un residuo del passato.
Nei prossimi anni sarà questo il nodo. Se l’Europa continuerà a raccontarsi come un continente esausto, finirà per agire come tale. Se invece saprà correggere i propri ritardi senza rinnegare la propria tradizione politica, potrà ancora offrire un modello distinto: meno aggressivo, forse, ma più equilibrato. Non un’alternativa consolatoria, ma un’idea diversa di prosperità.
Il merito di Zucman sta qui. Ricorda che i numeri non parlano mai da soli. Vengono selezionati, ordinati, interpretati. Diventano racconto. E quando il racconto dominante oppone un’America vincente a un’Europa perdente, non descrive soltanto la realtà: suggerisce una direzione politica. Spinge l’Europa a considerare i propri limiti come colpe originarie e il modello americano come unico orizzonte possibile.
È questa l’idea da discutere. L’Europa ha bisogno di crescere, investire, decidere meglio. Ma non ha bisogno di accettare senza esame la caricatura della propria debolezza. Il problema non è che somigli troppo poco agli Stati Uniti. Il problema è che troppo spesso ha smesso di pensarsi come qualcosa di diverso.
Armando