Dylan e Leone. Il cappuccio e la storia

La cultura abita anche qui
3 Novembre 2026
Terza pagina · 7 Novembre 2026 · ⏱ 5 min · ~1039 parole

Mi verrebbe la voglia di chiamare Alessandro Barbero. Mostrargli la fotografia di Bob Dylan davanti a Leone XIV e chiedergli un commento di tre minuti. Con il rischio, abbastanza desiderabile, di ritrovarsi un’ora dopo tra cerimoniali di corte, predicatori itineranti e qualche sovrano che pretendeva di decidere chi potesse tenere il cappello in sua presenza. A quel punto della felpa di Dylan avremmo quasi perso memoria. In compenso, avremmo cominciato a capire perché ci interessa tanto.

È un gioco, naturalmente. Barbero non ha pronunciato queste parole e conviene lasciargli la libertà di occuparsi d’altro. Ma l’idea di guardare quella fotografia con un po’ di profondità storica viene proprio leggendo il divertente articolo di Giovanni De Stefano su Rolling Stone: Dio, Dylan e il diritto di tenere il cappuccio. Il pezzo ragiona sulla libertà di un artista di sottrarsi all’immagine che gli altri hanno preparato per lui. E lascia venire voglia di guardare anche l’altro personaggio della scena.

Il Papa, appunto.

L’incontro è avvenuto il 4 novembre in Vaticano. Una breve udienza, qualche battuta, lo scambio dei doni: un rosario per Dylan, una copia di Chronicles per Leone XIV. Il resoconto pubblico dice poco altro. Il guardaroba dell’ospite ha trovato molti più commentatori della conversazione, della quale del resto non sappiamo abbastanza.

Chi ha qualche anno sulle spalle può fermarsi su una piccola stranezza. Bob Dylan dal Papa non suscita più un vero scandalo. Suscita battute. Il mondo cresciuto con le sue canzoni è arrivato a un’età in cui incontra quello ecclesiastico senza sentire necessariamente il bisogno di chiedere scusa alla propria giovinezza. Nel frattempo sono cambiati anche gli uomini che diventano papi.

Ma sarebbe una lettura pigra concludere che, invecchiando, i ribelli finiscono tutti in sacrestia.

Dylan si portava dietro la Bibbia molto prima di entrare nel Palazzo Apostolico. L’educazione ebraica, il linguaggio dei profeti, il gospel, la conversione cristiana alla fine degli anni Settanta: nella sua storia la religione occupa parecchio spazio, e piuttosto scomodo. Chi lo aveva sistemato definitivamente tra le icone della cultura laica si trovò a fare i conti anche con questo. Antonio Spadaro, sull’Osservatore Romano, ricorda quanto a lungo le Scritture abbiano alimentato le sue canzoni. Non una parentesi devota dentro una carriera altrimenti estranea al sacro.

Forse una parte dell’equivoco nasce qui. Per molti ascoltatori Dylan è stato la voce delle proprie convinzioni. A lui, però, le convinzioni degli ascoltatori non sono mai sembrate un contratto da rispettare.

La sua presenza davanti a Leone può raccontare anche questo: una ricerca religiosa non deve necessariamente diventare una biografia ordinata, con le tappe numerate e l’ultima pagina che spiega tutte le precedenti. Sarebbe comodo. Soprattutto per chi deve scriverne.

E la Chiesa? Che cosa cerca, quando riceve un uomo così?

Un precedente aiuta. Nel 1997 Dylan si esibì a Bologna davanti a Giovanni Paolo II. Nel discorso ai giovani Wojtyła riprese la domanda di Blowin’ in the Wind e diede al vento un significato preciso: il soffio dello Spirito. Alla domanda sulle strade che un uomo deve percorrere rispose indicando Cristo. La canzone entrava nel discorso del Papa e vi trovava una risposta cristiana, esplicita.

Quasi trent’anni dopo, Leone XIV ha compiuto un gesto diverso. Prima ancora dell’udienza, nella prefazione a un libro sulla pace, ha richiamato Go Away You Bomb, un testo di Dylan del 1963 contro la bomba atomica, mai inciso. Ne ha utilizzato le parole per parlare del pericolo nucleare e del disarmo.

La differenza merita una sosta. In quel caso le parole del musicista aiutano il pontefice a formulare un’urgenza che riguarda tutti, credenti o meno. Un testo nato nella cultura della protesta diventa una voce a cui prestare ascolto dentro un ragionamento della Chiesa.

Da due episodi non si può ricavare una storia completa dei pontificati. Sarebbe un confronto troppo comodo, e farebbe torto a entrambi. Però si possono osservare due modi di avvicinarsi a una canzone: cercarvi una domanda alla quale rispondere, oppure riconoscervi parole di cui servirsi per interrogare il mondo.

È questa seconda possibilità che mi interessa.

Una Chiesa capace di riconoscere qualcosa di vero anche in una voce che non le appartiene incontra un problema serio, prima ancora che un’opportunità di comunicazione: quanto spazio lasciare all’altro perché continui a essere altro? Con un artista celebre è relativamente facile. Ci sono i fotografi, il prestigio reciproco, un incontro che farà parlare. La questione diventa più impegnativa quando l’interlocutore non ha un Nobel e porta domande poco gradevoli.

Una fotografia non risolve nulla di tutto questo. Non certifica l’apertura di un pontificato, non cancella le contraddizioni della Chiesa. Può però suggerire una disponibilità. E, in questo caso, c’è almeno un fatto a sostenerla: Leone aveva già accolto una pagina di Dylan nel proprio discorso sulla pace.

Qui il nostro Barbero immaginario potrebbe trovare materiale per un’altra digressione. Un’istituzione con una storia lunghissima prende in prestito le parole di un autore cresciuto nella cultura della contestazione. Intanto quell’autore è diventato un classico, studiato e premiato. Chi dei due sta accogliendo chi? E quanto tempo occorre perché una voce giudicata irregolare entri nel patrimonio che una società vuole conservare?

Poi, per fortuna, resta Dylan a complicare la scena.

Sotto il cappuccio c’è un uomo di ottantacinque anni. Non sappiamo che cosa abbia chiesto, raccontato o preferito tacere. Anche Leone, per qualche minuto, avrà avuto davanti una persona, oltre al personaggio che tutti conoscono. È un dettaglio che le interpretazioni rischiano di consumare in fretta.

Mi piace pensare che una Chiesa abbia ancora bisogno di incontri dei quali non possa scrivere in anticipo tutte le battute. Dylan sembra un ospite adatto. Gli consegni un rosario, ricevi un libro, provi a parlargli. Per il verbale definitivo, magari, ripassi un’altra volta.

Armando

Nota editoriale

Spunto: Giovanni De Stefano, “Dio, Dylan e il diritto di tenere il cappuccio”, Rolling Stone, 6 novembre 2026

Riferimenti: Vatican News, resoconto dell’udienza del 4 novembre 2026; Antonio Spadaro, “Dylan l’agostiniano”, L’Osservatore Romano, 4 novembre 2026; Giovanni Paolo II, discorso ai giovani a Bologna, 27 settembre 1997.

Il riferimento a Barbero è un espediente immaginario, non un suo commento all’incontro.

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