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Il Racconto del sabato · 11 Ottobre 2026 · ⏱ 7 min · ~1387 parole

Non avevo nessuna intenzione di dedicarmi alla fotografia naturalistica. Già faccio fatica a riconoscere gli uccelli che vengono a mangiare sul davanzale. Per me sono quasi tutti passeri, con qualche eccezione per quelli troppo grossi per esserlo.

Poi, domenica scorsa, sono andato al mercatino.

Lo faccio abbastanza spesso. Non cerco niente di particolare, ed è questo il bello. I mercatini sono pieni di oggetti che qualcuno ha comprato, usato, dimenticato e infine deciso di vendere. Oggetti che hanno avuto una vita, talvolta gloriosa, e ora aspettano su una coperta fra una macchina per il caffè senza coperchio e un servizio di bicchieri spaiati.

L’ho visto quasi subito.

Era lungo, nero, con una grossa impugnatura, un calcio da fucile e una specie di cannone al posto dell’obiettivo. Aveva l’aria di un’arma progettata per abbattere piccoli satelliti.

«È russo», mi ha detto il venditore.

Era un’informazione abbastanza superflua. Aveva tutta l’aria di essere russo. Persino le viti sembravano progettate per resistere all’assedio di Stalingrado.

«È un fotofucile. Serviva per fotografare gli animali.»

«Da vivi, spero.»

Non ha riso. I venditori di mercatini hanno un rapporto molto particolare con l’umorismo dei clienti, soprattutto quando sospettano che non compreranno niente.

L’oggetto, invece, mi aveva già conquistato.

Ne avevo visti sulle riviste di fotografia di tanti anni fa. Ricordavo vagamente il nome, Photosniper, e quelle fotografie di naturalisti sovietici che sembravano impegnati in un’operazione militare contro gli scoiattoli.

Chiesi il prezzo.

Il venditore disse una cifra. Io ne proposi una sensibilmente inferiore, più per rispettare la tradizione che per reale convinzione. Alla fine ci accordammo su una via di mezzo, come succede quasi sempre quando nessuno dei due sa esattamente quanto valga l’oggetto.

Tornai a casa con il mio fotofucile.

Appena entrato lo appoggiai sul tavolo e rimasi a guardarlo.

Era magnificamente inutile.

O almeno così sembrava.

Il complesso era nato per una macchina fotografica a pellicola, una vecchia Zenit che non c’era più. Al suo posto rimanevano il supporto metallico, il sistema di scatto, un obiettivo da 300 millimetri e una quantità di ferro che oggi basterebbe a costruire tre fotocamere complete.

Mi venne un’idea.

Da qualche parte, in un armadio, avevo una vecchia macchina digitale che non usavo da anni. Una Sony senza specchio, piccola, leggera, quasi ridicola accanto a quell’attrezzatura. Avevo anche una scatola di anelli adattatori, acquistati nel corso del tempo con l’ottimismo di chi è convinto che prima o poi serviranno.

La scatola era in disordine. C’erano attacchi Nikon, Canon, Olympus e altri che non ricordavo neppure di possedere.

Dopo un’ora di tentativi, trovai quello giusto.

Il corpo digitale si avvitò all’obiettivo sovietico con una naturalezza sorprendente. Sembrava che i due si conoscessero da sempre, benché appartenessero a epoche che non si erano mai incontrate.

Restava il problema dello scatto. Il grilletto azionava un meccanismo pensato per la vecchia Zenit, non certo per la Sony. Provai a studiarlo, poi decisi che per il momento avrei premuto il pulsante della macchina con un dito.

Non era elegante. Ma funzionava.

Accesi il tutto.

Sul piccolo schermo apparve la finestra della cucina. Poi il muro della casa di fronte. Poi una porzione di grondaia, nitidissima.

Avevo costruito una macchina capace di fotografare una grondaia a cinquanta metri con una precisione che non avevo mai ritenuto necessaria.

Ero soddisfatto.

Il giorno seguente decisi di andare a caccia.

Fotografica, naturalmente.

Scelsi un sentiero che conoscevo bene, verso il bosco. Mi sembrava un luogo promettente: alberi, cespugli, qualche prato e una discreta popolazione di creature che, fino a quel momento, avevo lasciato vivere senza interessarmi troppo alle loro abitudini.

Il fotofucile attirava gli sguardi.

Un signore che portava a spasso il cane mi osservò con una certa preoccupazione.

«Non spara», lo rassicurai.

«Ah.»

Guardò meglio l’attrezzatura.

«Peccato. Qui ci sono un sacco di cinghiali.»

Proseguii.

Trovai un punto tranquillo, vicino a una radura, e sistemai la macchina. Il 300 millimetri era una lente importante, costruita con una generosità di metallo e vetro ormai scomparsa. Nessun automatismo. Il diaframma si regolava a mano, la messa a fuoco anche.

All’inizio fu un disastro.

Inquadravo un uccello, mettevo a fuoco il ramo, correggevo la messa a fuoco e l’uccello se ne andava. Quando riuscivo a trovare il soggetto sullo schermo, spesso non c’era più niente da fotografare.

Dopo mezz’ora avevo raccolto una notevole documentazione sulla vegetazione locale. Soprattutto rami.

Poi arrivò una poiana.

La vidi planare sopra il prato e posarsi su un albero abbastanza lontano. Era bellissima. Immobile, severa, con quell’aria un po’ altezzosa che hanno i rapaci quando si accorgono di essere osservati.

Sollevai il fotofucile.

La persi immediatamente.

Abbassai l’obiettivo, cercai l’albero a occhio nudo, riprovai. Finalmente la ritrovai nell’inquadratura, piccolissima e un po’ sfocata.

Regolai la ghiera.

La poiana girò la testa.

Un altro piccolo aggiustamento.

Si alzò in volo.

Scattai lo stesso.

Nella fotografia risultò un pezzo di cielo attraversato da qualcosa che poteva essere un rapace, un sacchetto di plastica oppure un difetto del sensore.

Cominciavo a capire perché i fotografi naturalisti passassero tanto tempo nascosti nei capanni.

Mi sedetti su un tronco.

Avevo portato anche un panino e una bottiglietta d’acqua. Il panino fu la prima cosa che riuscii a raggiungere e utilizzare senza difficoltà.

Mentre mangiavo, sentii un fruscio nel cespuglio accanto a me.

Un piccolo uccello saltellava fra i rami bassi. Non saprei dire quale. Aveva il petto chiaro, una macchiolina scura vicino all’occhio e l’aria indaffarata di chi ha dimenticato un appuntamento.

Era piuttosto vicino.

Presi il fotofucile, lentamente.

Questa volta non ebbi fretta. Lo cercai nel mirino, aspettai che smettesse di saltare da un ramo all’altro, sistemai la messa a fuoco.

Scattai.

L’uccellino rimase lì ancora qualche secondo, poi sparì.

Guardai l’immagine sullo schermo.

Era nitida.

Non perfetta, forse. Ma si vedevano le piume, l’occhio lucido, persino una minuscola irregolarità del becco.

Rimasi a osservarla abbastanza a lungo.

Non avevo mai fatto caso a quanti dettagli ci fossero in un animale tanto piccolo. E soprattutto a quanto poco lo conoscessi, pur avendone incontrati centinaia nella mia vita.

Ripresi a camminare, ma adesso andavo piano.

Mi fermai davanti a una ragnatela, illuminata di traverso dal sole. Osservai una lucertola immobile su una pietra. Seguii per qualche minuto i movimenti di due corvi che litigavano rumorosamente sulla cima di un castagno.

Non fotografai tutto. Il vecchio 300 millimetri non era adatto a ogni situazione, e io non ero particolarmente bravo a servirmene.

Però mi accorsi di una cosa curiosa: più cercavo qualcosa da fotografare, più trovavo cose da guardare.

Verso mezzogiorno rientrai.

Appoggiai il fotofucile sul tavolo, collegai la macchina al computer e scaricai le immagini.

Erano quarantatré.

Ne cancellai subito diciannove.

Altre dodici erano discutibili.

Sette erano francamente brutte, ma conservavano qualche valore documentario, soprattutto per chi fosse interessato ai rami.

Me ne restavano cinque.

Fra queste c’era la fotografia dell’uccellino.

La ingrandii sul monitor.

Poi cercai su Internet di capire che specie fosse. Dopo aver confrontato una quantità impressionante di immagini, rimasi indeciso fra tre possibilità.

Mi ripromisi di comprare un manuale di ornitologia.

Prima, però, diedi un’occhiata al fotofucile appoggiato sul tavolo.

Era vecchio, pesante, privo di qualsiasi automatismo. L’obiettivo aveva qualche segno del tempo, l’impugnatura era scomoda e il sistema di scatto originale non funzionava più con la macchina digitale.

Eppure quel coso aveva ancora parecchio da dire.

Mi venne voglia di tornare nel bosco.

Magari con uno sgabello pieghevole. E un panino più grande.

Poi mi accorsi che stavo pensando a dove avrei potuto trovare un vecchio binocolo russo.

Questo mi preoccupò un po’.

Conosco abbastanza bene come cominciano certe mie passioni. Molto meno come finiscono.

Per il momento, comunque, avevo una bella fotografia.

Tre chili abbondanti di tecnologia sovietica, un corpo digitale recuperato dall’armadio, un’intera mattinata nel bosco e quarantadue tentativi più o meno falliti.

Per fotografare un uccellino di cui non conoscevo nemmeno il nome.

Guardai ancora l’immagine.

Era proprio un gran bel passerotto.

Anche se probabilmente non era un passerotto.

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Disclaimer (non si sa mai…)

Woody è un personaggio di finzione, il mio alter ego narrativo. Si ispira nello stile e nelle atmosfere al suo omonimo americano, senza alcuna affiliazione, approvazione o rapporto. I dialoghi e le situazioni sono inventati o rielaborati a fini narrativi; eventuali riferimenti a persone o fatti reali servono al racconto e non intendono descriverli fedelmente. Marchi e nomi citati appartengono ai rispettivi titolari.

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