Letteratura

16 Giugno 2026

Il viaggiatore nel tempo

Stavo cercando una frase per iniziare un articolo sull’intelligenza artificiale. Ne avevo già scartate una dozzina. Tutte troppo solenni. Tutte troppo sicure. Il problema, con il futuro, è che appena provi a nominarlo diventi ridicolo. O profeta. Che è quasi la stessa cosa, solo con una giacca più lunga. Fuori pioveva. Una di quelle piogge sottili che non lavano niente. Rigano i vetri, fanno rumore sui davanzali, sembrano messe lì per ricordarti che anche il tempo ha i suoi piccoli tic nervosi. Sul tavolo avevo un taccuino, il computer acceso, una tazza di caffè ormai freddo. Sullo schermo una frase incompiuta: “Il futuro non arriva mai all’improvviso…” Poi la luce saltò. Non un blackout drammatico. Nessun tuono. Nessun bagliore azzurro. Solo buio. Quando tornò, davanti a me c’era un uomo. Non saprei dire quanti anni avesse. Potevano essere cinquanta. O ottanta portati bene. Aveva un cappotto grigio, un paio di scarpe troppo leggere per quella pioggia e un piccolo oggetto in mano, simile a un telefono, ma senza schermo. Mi guardava con l’espressione di chi è arrivato in anticipo a un appuntamento e teme di aver sbagliato secolo. «Lei è uno scrittore?» «Dipende. Per chi?» Sorrise appena. «Per quelli che, nel mio tempo, ancora leggono.» La frase mi parve insieme gentile e minacciosa. Gli indicai la sedia. «Viene dal futuro?» «Sì.»
15 Giugno 2026

Il nome sotto il quadro

Un quadro appeso a una parete sembra una cosa silenziosa. Sta lì. Dentro una cornice. Con la sua luce, i suoi colori, la sua materia. Noi ci avviciniamo, guardiamo, magari ci emozioniamo. Poi abbassiamo gli occhi e leggiamo la targhetta. Leonardo da Vinci. Caravaggio. Vermeer. Attribuito a. Bottega di. Seguace di. Copia da. In quel momento, senza che il quadro si sia mosso di un millimetro, tutto cambia. La stessa immagine può valere centinaia di milioni, oppure poche centinaia di migliaia di euro. Può entrare nei manuali di storia dell’arte, oppure scivolare in una nota a piè di pagina. Può diventare orgoglio di un museo, garanzia per un’assicurazione, investimento per un collezionista, argomento per un governo. Oppure può diventare un problema.
7 Giugno 2026

Siamo intelligenti abbastanza per sopravvivere alla nostra intelligenza?

C’è una scena, quasi da romanzo, che sembra inventata per mettere in imbarazzo il nostro tempo. Una chiesa di cinquecento anni nella campagna toscana. Cipressi, colline verdi, pecore in lontananza. Una campana chiama all’interno non i fedeli, ma scienziati, filosofi, neuroscienziati, ecologi, studiosi indigeni. Non sono lì per celebrare una messa. Sono lì per rifare da capo una parola che credevamo di conoscere: intelligenza. E già questo basterebbe a incuriosire. Perché oggi l’intelligenza sembra dappertutto. La misuriamo nei test, la inseguiamo nei laboratori, la programmiamo nei computer. Tutto dev’essere intelligente: le città, le case, gli orologi, persino i frigoriferi. Mai nella storia ne abbiamo parlato tanto. E mai come oggi è lecito chiedersi se abbiamo capito davvero che cosa sia. Il punto è semplice, e un po’ crudele: se siamo così intelligenti, perché stiamo rendendo inabitabile il mondo che ci ospita?
29 Maggio 2026

Cesare Lombroso

Mi capita spesso di pensare a Lombroso. Non lo cerco. Non apro libri. Non prendo appunti. Non preparo domande. Mi torna in mente da solo, come certe figure scomode che la storia non riesce a seppellire del tutto. Cesare Lombroso: medico, antropologo, criminologo, uomo dell’Ottocento e, in modo inquietante, anche nostro contemporaneo. Penso a lui mentre guardo le notizie di cronaca. Un volto fermato in un fotogramma. Una fotografia segnaletica. Un vicino che dice: “Sembrava una persona normale”. Un opinionista che chiede: “Si poteva prevedere?” Ecco, penso, Lombroso sarebbe stato invitato subito. Lo avrebbero messo in collegamento da Torino. Oppure in studio, sotto le luci fredde, con la sua barba bianca, il cranio lucido, lo sguardo del professore che non teme il giudizio morale perché crede di parlare in nome della scienza.