C’è una scena, quasi da romanzo, che sembra inventata per mettere in imbarazzo il nostro tempo.
Una chiesa di cinquecento anni nella campagna toscana. Cipressi, colline verdi, pecore in lontananza. Una campana chiama all’interno non i fedeli, ma scienziati, filosofi, neuroscienziati, ecologi, studiosi indigeni. Non sono lì per celebrare una messa. Sono lì per rifare da capo una parola che credevamo di conoscere: intelligenza.
E già questo basterebbe a incuriosire. Perché oggi l’intelligenza sembra dappertutto. La misuriamo nei test, la inseguiamo nei laboratori, la programmiamo nei computer. Tutto dev’essere intelligente: le città, le case, gli orologi, persino i frigoriferi. Mai nella storia ne abbiamo parlato tanto. E mai come oggi è lecito chiedersi se abbiamo capito davvero che cosa sia.
Il punto è semplice, e un po’ crudele: se siamo così intelligenti, perché stiamo rendendo inabitabile il mondo che ci ospita?