cultura e potere

15 Febbraio 2026

La politica della demolizione

C’è una parola che torna, quasi ossessiva, nell’aria geopolitica di questo inizio 2026: demolire. Non correggere. Non riformare. Demolire. Il linguaggio che descrive la politica internazionale sembra uscito da un cantiere: ruspe, catene, palle da demolizione. Il Munich Security Conference ha scelto per il suo rapporto annuale un titolo che è già una diagnosi: “Under Destruction”. E l’idea di fondo è brutale nella sua semplicità: l’ordine internazionale costruito dal 1945 in poi non sta “scricchiolando”, sta venendo preso a colpi.
5 Febbraio 2026

Perché l’Occidente favorì la nascita di Israele

La domanda torna spesso, magari pronunciata sottovoce, ma non per questo meno importante: l’Occidente ha sostenuto la nascita dello Stato di Israele per riparare alla Shoah o anche per “togliersi di mezzo” gli ebrei europei? La risposta onesta è scomoda, perché non è un sì o un no. È un intreccio. Nel 1945 l’Europa è un continente in macerie, morali prima ancora che materiali. Milioni di persone sono sfollate. Tra loro decine di migliaia di ebrei sopravvissuti ai campi, spesso senza casa, senza famiglia, senza un Paese disposto ad accoglierli davvero. I campi per profughi restano pieni. Il ritorno alla “normalità” è, per molti, una promessa vuota. In quel vuoto prende forza un’idea che esisteva già da decenni: il sionismo. Dopo Auschwitz non è più solo un progetto politico, diventa una risposta esistenziale. Per una parte consistente dell’opinione pubblica occidentale, soprattutto negli Stati Uniti, sostenere una patria ebraica significa trasformare il “mai più” in qualcosa di concreto. Ma la storia non si muove mai per un solo motivo.
1 Febbraio 2026

Perché l’Occidente favorì la nascita di Israele

La domanda torna spesso, magari pronunciata sottovoce, ma non per questo meno importante: l’Occidente ha sostenuto la nascita dello Stato di Israele per riparare alla Shoah o anche per “togliersi di mezzo” gli ebrei europei? La risposta onesta è scomoda, perché non è un sì o un no. È un intreccio. Nel 1945 l’Europa è un continente in macerie, morali prima ancora che materiali. Milioni di persone sono sfollate. Tra loro decine di migliaia di ebrei sopravvissuti ai campi, spesso senza casa, senza famiglia, senza un Paese disposto ad accoglierli davvero. I campi per profughi restano pieni. Il ritorno alla “normalità” è, per molti, una promessa vuota. In quel vuoto prende forza un’idea che esisteva già da decenni: il sionismo. Dopo Auschwitz non è più solo un progetto politico, diventa una risposta esistenziale. Per una parte consistente dell’opinione pubblica occidentale, soprattutto negli Stati Uniti, sostenere una patria ebraica significa trasformare il “mai più” in qualcosa di concreto. Ma la storia non si muove mai per un solo motivo.
29 Gennaio 2026

Come si sposta il confine del possibile

All’inizio c’è sempre una frase che sembra folle. Compra la Groenlandia. Alza i dazi al 100%. Metti in discussione la NATO. Poi arriva il silenzio. E infine la trattativa. Ma a quel punto il mondo è già mezzo metro più in là. Quando si osserva lo stile negoziale di Donald Trump, l’errore più comune è liquidarlo come caos, improvvisazione, istinto. In realtà molte delle sue mosse diventano sorprendentemente leggibili se le guardiamo con un’altra lente: non quella della diplomazia tradizionale, ma quella della psicologia.