Non ho mai letto Guerra e pace. L’ho sempre visto come una montagna: bellissima da lontano, irraggiungibile nei giorni in cui il tempo si sgretola in impegni, preoccupazioni, notizie di guerra che entrano nelle case senza bussare. Così ho fatto una cosa semplice, quasi infantile: ho chiesto di parlarmene a un amico che stimo. Lui non è Calvino, ma gli assomiglia in certe pause, nel modo di ragionare ad alta voce, nella cura con cui sceglie le parole. Stavamo condividendo un lungo viaggio in treno. Aveva il libro con sé e si capiva che quella copia era stato letta molte volte, magari da persone diverse, passando di mano in mano prima di finire su una bancarella ad attendere un nuovo lettore. Fuori il paesaggio cambiava lentamente, e dentro, senza rumore, lui ha iniziato a raccontarmi Tolstoj.