Letteratura

30 Novembre 2025

Guerra e pace

Non ho mai letto Guerra e pace. L’ho sempre visto come una montagna: bellissima da lontano, irraggiungibile nei giorni in cui il tempo si sgretola in impegni, preoccupazioni, notizie di guerra che entrano nelle case senza bussare. Così ho fatto una cosa semplice, quasi infantile: ho chiesto di parlarmene a un amico che stimo. Lui non è Calvino, ma gli assomiglia in certe pause, nel modo di ragionare ad alta voce, nella cura con cui sceglie le parole. Stavamo condividendo un lungo viaggio in treno. Aveva il libro con sé e si capiva che quella copia era stato letta molte volte, magari da persone diverse, passando di mano in mano prima di finire su una bancarella ad attendere un nuovo lettore. Fuori il paesaggio cambiava lentamente, e dentro, senza rumore, lui ha iniziato a raccontarmi Tolstoj.
27 Novembre 2025

La poesia è sempre politica

Eileen Myles arriva sulle pagine di un quotidiano italiano con una frase che, a leggerla oggi, sembra insieme antica e nuova: il socialismo è il futuro. Non è uno slogan. È la sintesi di una vita passata a misurare la distanza tra ciò che una società promette e ciò che consegna. L’intervista pubblicata da La Stampa restituisce questa voce senza filtri, nella sua nudità migliore: la poesia come lingua politica, la vulnerabilità come strumento di conoscenza, il corpo queer come sismografo dell’America.
2 Novembre 2025

Pier Paolo Pasolini. Io non ho mai voluto piacere

Non serve parlare di me. Non serve ricordare il giorno in cui mi hanno ucciso. È già tutto scritto in quel corpo sulla sabbia, in quella luce sporca di novembre. Se volete capire, guardate dove è accaduto. Lì, non nei salotti. Io ho vissuto tra i corpi veri. Non quelli lucidati dalle réclame, ma quelli con le ossa sporgenti, con l’odore addosso. Le borgate non erano uno sfondo romantico. Erano un Paese che non voleva guardarsi allo specchio. Io non li ho “rappresentati”. Ho solo ascoltato.
23 Ottobre 2025

Dorothee Elmiger. La letteratura che non consola

Ogni tanto, in mezzo a una Buchmesse affollata di cataloghi, sorrisi forzati e storytelling industriale, succede qualcosa che sposta l’aria. Non serve un applauso. Basta un nome pronunciato sottovoce con rispetto. Quest’anno quel nome è Dorothee Elmiger. Chi è, per chi non l’avesse ancora incrociata: una scrittrice svizzera, poco più che quarantenne, che scrive come se la lingua fosse materia viva e pericolosa. Non “racconta storie” nel senso comodo del termine. Costruisce paesaggi di domande. E questo, oggi, è già un atto politico.