Eileen Myles arriva sulle pagine di un quotidiano italiano con una frase che, a leggerla oggi, sembra insieme antica e nuova: il socialismo è il futuro. Non è uno slogan. È la sintesi di una vita passata a misurare la distanza tra ciò che una società promette e ciò che consegna. L’intervista pubblicata da La Stampa restituisce questa voce senza filtri, nella sua nudità migliore: la poesia come lingua politica, la vulnerabilità come strumento di conoscenza, il corpo queer come sismografo dell’America.
La prima immagine è New York. “Non graffia più”, dice Myles. Strade pulite, superfici lisce, nessuno spigolo. La capitale dell’eccesso si è trasformata in una città senza margini, troppo cara per chi crea e troppo ordinata per chi prova a sorprendere il mondo. Non è nostalgia, è una diagnosi. Quando una città diventa un prodotto, espelle chi la rende viva. Gli artisti se ne vanno, i giovani non trovano spazio, i quartieri diventano fondali. La cultura non muore di colpo, ma lentamente, inghiottita da un’economia che non contempla il superfluo, cioè il necessario.
C’è poi un’altra città, lontana migliaia di chilometri, che nell’intervista appare come un luogo quasi inatteso: Roma. Myles racconta di camminare qui con una libertà che negli Stati Uniti non conosce più. Nessuno guarda, nessuno scruta, nessuno misura il corpo di chi passa. “Forse dovrei vivere qui”, dice. L’Italia vista da chi viene da un Paese lacerato non è un mito mediterraneo, ma un sollievo. È la prova che esistono ancora luoghi dove non si è immediatamente un bersaglio. Pensarlo attraverso la voce di una persona queer ha un peso diverso: ci ricorda che la sicurezza non è un concetto astratto, è un gesto quotidiano, una passeggiata, un respiro.
In questa cornice prende forma la parola più ingombrante dell’intervista: socialismo. Myles non la usa come appartenenza, non la infila nella cassetta degli attrezzi delle ideologie. Parla di socialismo come di una vita migliore per tutti. Una società che non lascia indietro le persone fragili, che non considera la povertà un difetto genetico, che non misura il valore di qualcuno solo attraverso ciò che produce. È un discorso che in America brucia più che altrove, ed è forse per questo che la poesia di Myles ha la durezza di certi paesaggi. È una poesia senza museruola. Non consola, non ingentilisce, non addomestica.
L’infanzia povera affiora più volte. Una madre infermiera, stipendi che non bastano, una vita cominciata dal basso. Ciò che Myles racconta non è un mito dell’autenticità, è una linea di frattura. Chi cresce così sviluppa un modo diverso di stare al mondo: percepisce le crepe, vede i margini, riconosce gli inganni del potere. Per questo la poesia, per Myles, è un luogo dove non si può mentire. È un rifugio e insieme un tribunale. In quella lingua non passa la propaganda, non passa il trucco, non passa la manipolazione. Passa solo la verità della voce, con tutti i suoi rischi.
Il bersaglio successivo è Trump, nominato senza timore. Myles lo definisce il risultato di una cultura che normalizza il peggio, che trasforma la violenza in intrattenimento, che rende l’odio una forma di community. Dice che Trump ha sviluppato una corazza fatta di adattamenti, come certi animali che sopravvivono nel deserto perché hanno imparato a non sentire più la fame. Il punto non è l’uomo in sé, ma il paesaggio che lo ha reso possibile: un Paese dove la politica è spettacolo permanente, dove la verità conta meno dell’effetto, dove le parole sono usate come armi o come schermi, mai come strumenti di cura.
Eppure, nel mezzo di questa durezza, c’è un messaggio sorprendentemente luminoso: i ragazzi stanno ritrovando il senso della collettività. Myles lo dice quasi di sfuggita, come se fosse un’intuizione osservata nei sotterranei delle città, nelle stanze dei collettivi, nei piccoli gruppi che si ritrovano fuori dagli algoritmi. Cercano luoghi fisici, non virtuali. Parlano, scrivono, suonano. Non accettano più l’idea che la vita sia un’impresa solitaria. È una generazione fragile, ma capace di una forza che sembra nuova: la volontà di essere presenti. Di esserci con i corpi, non solo con gli account. Myles lo riassume in una frase che basta da sola: “La presenza fisica è resistenza”.
È una lezione che riguarda anche noi. Viviamo in un Paese che tende a confondere cultura e intrattenimento, e che spesso considera la poesia un esercizio polveroso, un ricordo di scuola. L’intervista di Myles ci ricorda invece che la cultura non serve a decorare la vita, serve a capirla. Serve a dire ciò che non siamo ancora pronti a pensare. Serve a difendere chi non ha voce. Una cultura viva non è quella che piace a tutti, è quella che apre uno spazio dove tutti possono stare senza paura.
Forse è per questo che le parole di Myles colpiscono così forte: non parlano dell’America, parlano di noi. Di come potremmo diventare se perdessimo definitivamente il margine, il rischio, la crepa. Di come potremmo salvarci se avessimo il coraggio di tornare a riempire i luoghi, a frequentare le comunità, a stare insieme per qualcosa che non sia solo distrazione.
La poesia non è un genere. È un modo di guardare. È una postura del corpo. È una promessa di verità. È, come dice Myles, una forma di futuro che non abbiamo ancora imparato a immaginare.
Armando.





