Io la metropolitana non l’ho mai capita.
Scendi sottoterra di tua volontà, ti chiudi in un tubo con sconosciuti che sudano ansia, e lo chiami “mobilità sostenibile”.
Ma è economica. E i giorni di pioggia ti ci spingono dentro come un proiettile umido.
Quella mattina ero sulla banchina, odore di freni e cappotti bagnati.
Il tabellone diceva: 3 minuti. In metro, tre minuti non sono tempo: sono una speranza teologica.
Alle pareti i soliti manifesti:
“DIVENTA LA VERSIONE MIGLIORE DI TE STESSO”,
“SUPERA TE STESSO”,
“VOGLIA DI VIVERE IN UNA CAPSULA”.
Ho pensato: se Nietzsche avesse preso la metro, a questo punto avrebbe morsicato il binario.