C’è un’immagine che mi torna in mente, ogni volta che penso al rapporto tra energia civica e istituzioni: una folla operosa, con le mani piene. Mani che riparano, costruiscono, aprono doposcuola, tengono insieme pezzi di quartiere, organizzano cura. E poi, poco più in là, un grande edificio con le luci accese e nessuno dentro. La stanza dove si decide. Una democrazia senza mani.
Il punto non è che manchino interesse o partecipazione. Al contrario: in questi anni abbiamo visto campagne, movimenti, associazioni, reti di mutualismo, pratiche di rigenerazione che hanno rimesso in moto luoghi e persone. Il cortocircuito sta altrove. Sta in un passaggio diventato sempre più difficile da nominare: come si trasforma il “fare” in “decidere”, l’energia dal basso in rappresentanza, la spinta esterna in una leva dentro le istituzioni.