

Quanti di noi saprebbero dire cosa facevano i propri bisnonni, dove vissero, che vita condussero? Non parliamo dei nonni – che spesso ricordiamo ancora attraverso racconti diretti, fotografie, abitudini – ma di quella generazione più indietro, la cui memoria si perde in un cono d’ombra.
I bisnonni, in media, sono nati tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. Hanno attraversato guerre, emigrazioni, cambiamenti epocali. Eppure, nella maggior parte delle famiglie italiane, sono figure sbiadite, ridotte a nomi scritti in qualche registro parrocchiale o a poche foto in bianco e nero incollate in album dal cartoncino spesso.
Un tempo la genealogia era tramandata a voce: si raccontavano storie a tavola, i bambini imparavano a memoria l’albero familiare, e la casa stessa custodiva tracce tangibili – mobili, lettere, medaglie, strumenti di lavoro. Oggi, in un’epoca che vive proiettata sul presente e sull’immediato futuro, quel filo si è assottigliato. Sappiamo molto di più delle star dei social o dei presidenti americani che dei nostri antenati.
Perché? Forse perché la modernità ci ha abituati a credere che il passato sia un bagaglio da alleggerire. O forse perché il ritmo della vita contemporanea, con i suoi traslochi, le famiglie spezzate e ricomposte, ha disperso i depositi della memoria: lettere finite al macero, fotografie dimenticate in cantine umide, oggetti di uso quotidiano svenduti nei mercatini.
Eppure, proprio lì si nasconde un tesoro. Un oggetto banale – un cucchiaio inciso con le iniziali, un quaderno di scuola, un cappello logoro – può raccontarci di più sulle radici della nostra identità che non mille manuali di storia. Ogni famiglia, se scava, può ritrovare tracce che collegano la vita di oggi a quella di chi ci ha preceduto.
C’è anche un altro punto: sapere chi erano i bisnonni significa capire cosa è rimasto di loro dentro di noi. Non solo fisicamente – un colore di occhi, un carattere burbero, una certa ostinazione – ma nei gesti quotidiani. Una ricetta che cuciniamo senza più ricordarne l’origine. Una parola dialettale che sopravvive in mezzo all’italiano standard. Una fotografia sul comò che non guardiamo più, ma che continua a vigilare.
La domanda allora è semplice e scomoda: perché non sentiamo più il bisogno di ricordare? Forse perché ricordare costa fatica, richiede ascolto, tempo, curiosità. Ma forse anche perché ci mette davanti a una verità che preferiamo rimuovere: non siamo i primi, e non saremo gli ultimi.
Recuperare i bisnonni non significa tornare indietro, ma dare continuità. È come piantare radici più profonde per reggere meglio le tempeste. Un lavoro di memoria che può cominciare in piccolo: aprendo un cassetto, interrogando un parente anziano, salvando una fotografia prima che sbiadisca.
Ogni bisnonno che riemerge dalla nebbia è un pezzo di storia che si ricompone. Non la grande storia dei manuali, ma quella minuta, intima, che ci riguarda da vicino. In fondo, raccontare chi erano loro significa raccontare chi siamo noi.
Io stesso, se provo a risalire all’indietro, mi accorgo che dei miei bisnonni so poco, pochissimo. Qualche nome, un volto sgranato in fotografia, un mestiere raccontato di sfuggita. E mi chiedo: cosa resta davvero di una vita se non lo sforzo di qualcuno di ricordarla? Forse la risposta è che non basta la memoria personale: bisogna andare a cercarla, ricucirla.
E allora l’invito che mi sento di fare è semplice: aprite i cassetti, chiedete ai genitori, ai nonni, ai parenti che ancora custodiscono brandelli di storie. Salvateli, raccontateli, magari annotate su un foglio quello che scoprite e, perché no, inviatecelo perché lo si possa pubblicare. Non è nostalgia, è un modo per riconoscere che dentro di noi ci sono ancora loro: i bisnonni che non conosciamo, e che pure continuano a vivere nelle nostre parole, nei nostri gesti, nelle nostre scelte quotidiane.
Perché, alla fine, non ricordarli significa dimenticare una parte di noi stessi.