Consiglio d’Europa: la casa comune che nasce dalle macerie

Festival dei Sensi: un laboratorio del tempo in Valle d’Itria
7 Settembre 2025
Radici smarrite: la memoria familiare che rischiamo di perdere
8 Settembre 2025
Terza pagina · 7 Settembre 2025 · ⏱ 4 min · ~814 parole

Quando pensiamo all’Europa istituzionale, la mente corre subito a Bruxelles, a Strasburgo, al Parlamento europeo o al Consiglio dei capi di Stato. Sigle, acronimi, vertici interminabili. Ma pochi sanno che la prima pietra di questa costruzione fu posata altrove e prima ancora: nel 1949, a Londra, quando un gruppo di Paesi decise di creare il Consiglio d’Europa.

Era un’Europa ridotta in macerie, non solo materiali ma morali. Le città erano cumuli di rovine, milioni di profughi vagavano senza casa, e la memoria dei campi di concentramento era ancora viva negli occhi di chi li aveva visti. Eppure, proprio da quel disastro nacque un’idea: se l’Europa non voleva ricadere negli abissi della guerra e della dittatura, bisognava costruire una casa comune, fondata non sul carbone o sull’acciaio – quelli sarebbero venuti dopo – ma sui diritti dell’uomo, la democrazia e lo stato di diritto.

Il Consiglio d’Europa è questo: un’istituzione che non coincide con l’Unione Europea, anzi la precede e la supera. Oggi riunisce 46 Paesi, praticamente l’intero continente, tranne la Bielorussia e la Russia, espulsa nel 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina. È quindi più ampio dell’UE, che ha 27 membri, e ha una missione diversa: non fare mercato, non fissare monete o dazi, ma difendere la dignità delle persone e custodire la memoria culturale comune.

Lo strumento più potente che ha creato è la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, firmata nel 1950. Da essa nasce la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) di Strasburgo: un tribunale dove anche un singolo cittadino può rivolgersi contro lo Stato se ritiene che i suoi diritti fondamentali siano stati violati. Non è poco, se pensiamo che fino a pochi anni prima lo Stato era onnipotente, e chi osava sfidarlo rischiava la vita.

Ma c’è un’altra anima, meno conosciuta ma non meno importante: quella culturale. Il Consiglio d’Europa promuove la cooperazione tra popoli, la protezione delle minoranze, la tutela del patrimonio artistico e naturale. Sono nate qui, ad esempio, le Giornate europee del patrimonio, che aprono ogni anno palazzi, archivi e luoghi normalmente inaccessibili: un gesto semplice e rivoluzionario, perché ricorda che la cultura non è un lusso ma un diritto, che appartiene a tutti.

In un certo senso, il Consiglio d’Europa è davvero una casa con molte stanze. In alcune si discute di diritti violati, davanti ai giudici della Corte. In altre si aprono finestre sul passato, permettendo ai cittadini di scoprire tesori nascosti. È una casa imperfetta, certo, attraversata da tensioni politiche, discussioni infinite, talvolta inefficacia. Ma è anche il segno che l’Europa non è soltanto un progetto economico: è, prima di tutto, un tentativo di ricucire ciò che la guerra aveva strappato.

Oggi, in un tempo in cui tornano le guerre e si rialzano i muri, ricordare questa radice è fondamentale. La nostra identità europea non si costruisce solo nei consigli dei ministri o nelle trattative sugli spread, ma nel riconoscere che ci sono valori non negoziabili – la libertà di pensiero, la dignità della persona, la memoria del nostro patrimonio comune – che meritano di essere protetti insieme.

E allora, quando a settembre partecipiamo alle Giornate europee del patrimonio, o leggiamo sui giornali di una sentenza della Corte di Strasburgo che tutela un cittadino, possiamo sentirci parte di quella casa. Una casa che non è lontana, che non è un’astrazione: è stata disegnata da uomini e donne che avevano conosciuto la guerra e volevano impedirne il ritorno.

Forse il compito che ci tocca, oggi, è continuare quella costruzione. Perché un’Europa senza la sua casa comune dei diritti e della cultura rischia di diventare un condominio litigioso, dove ciascuno si chiude nella propria stanza. Con quella casa, invece, possiamo ancora immaginare un futuro in cui il nostro essere europei non è una formula burocratica, ma un patrimonio vivo di libertà e memoria.

Una nota personale

Parlare del Consiglio d’Europa non è un esercizio di erudizione, ma un modo per guardare a noi stessi. Io credo che questa idea di una casa comune europea, immaginata da chi aveva visto la guerra e voleva evitarne il ritorno, sia ancora la nostra bussola. Non è un sogno polveroso, ma una necessità: senza memoria condivisa e senza diritti garantiti, il futuro rischia di sgretolarsi.

E allora vi invito a fare un piccolo gesto concreto: partecipate alle Giornate europee del patrimonio che si terranno anche quest’anno in Piemonte e in tutta Europa. Entrate in un palazzo, in un museo, in un archivio. Guardate quelle pietre, quei quadri, quei documenti con occhi nuovi: non come turisti, ma come cittadini di una comunità che ha deciso di fondarsi su ciò che unisce, non su ciò che divide.

Perché il Consiglio d’Europa non è solo a Strasburgo: è qui, ogni volta che scegliamo di essere parte di quella storia comune che ci appartiene.