

Alla Nuvola dell’EUR, a Roma, la piccola e media editoria si incontra per “Più libri più liberi”. Ma il vero protagonista, nei numeri presentati da AIE, non è il libro in sé: sono i mediatori. I programmi televisivi che ancora spingono le vendite. I social network che costruiscono nuove comunità di lettura. Gli strumenti di Intelligenza Artificiale che entrano in silenzio nei flussi di lavoro delle case editrici.
È il ritratto di un settore che non discute più se cambiare, ma come sopravvivere dentro un ecosistema dominato da schermi e algoritmi.
Primo dato: la televisione, data per morta a ogni svolta tecnologica degli ultimi vent’anni, è ancora il media più influente per chi compra libri.
Tra gli italiani tra i 15 e i 74 anni, il 24% dichiara di aver scelto almeno un titolo nell’ultimo anno grazie a una trasmissione tv. La quota sale al 30% tra i pensionati. Il vecchio medium generalista continua a decidere cosa entra in molte case.
Il podio è chiaro.
Al primo posto, Che tempo che fa di Fabio Fazio: la vetrina più forte per chiunque abbia un libro da lanciare.
Poi Splendida Cornice di Geppi Cucciari, ibrido di intrattenimento e discorso colto.
Terzo, a sorpresa solo fino a un certo punto, Striscia la notizia: un programma satirico che però, quando punta i riflettori su un titolo, condiziona il mercato.
Dietro, una serie di format che compongono la nuova mappa della tv “che fa leggere”: La Torre di Babele di Augias, In viaggio con Barbero, rubriche come Billy o Achab nei Tg, Una giornata particolare di Cazzullo, i programmi di attualità politica, Milleeunlibro, Passato e presente di Paolo Mieli.
Non è un ecosistema ordinato. È un arcipelago di luoghi in cui il libro entra come ospite, spesso per pochi minuti. Ma basta.
Subito sotto la tv, nella capacità di orientare gli acquisti, ci sono i social network. Booktoker, influencer, reel, consigli a catena: nuove forme di passaparola pubblico.
Fra chi dice di aver comprato almeno un libro nell’ultimo anno su suggerimento online, il 53% indica Instagram, il 43% TikTok, il 39% Facebook, il 32% YouTube. Poi community dedicate come Anobii o Goodreads (25%), blog sui libri (17%), X/Twitter residuale al 5%.
La fotografia cambia del tutto se si guarda l’età.
Sotto i 25 anni, Instagram e TikTok sono appaiati al 64%. È lì che nascono i fenomeni da scaffale, le copertine virali, le “booksthetic”, i video da quindici secondi che rifanno la vita commerciale di un romanzo.
Facebook diventa dominante tra i 55–74enni (61%) e tra le persone con basso titolo di studio. Un altro pubblico, un altro modo di usare la rete.
YouTube pesa di più fra gli uomini (44%) e sempre nei più giovani.
Non esiste “il social dei libri”. Esistono nicchie, linguaggi e pubblici che non comunicano quasi tra loro. Per un piccolo editore significa una cosa semplice e brutale: se non hai le forze per presidiare almeno uno di questi spazi, diventi invisibile.
“Più libri più liberi” nasce per dare spazio alla piccola e media editoria. Oggi si trova schiacciata tra tre piani: la presenza fisica in fiera, la spinta televisiva, la visibilità sui social.
Se ti invita Fazio, esplodi.
Se ti intercetta TikTok, entri nelle liste dei desideri dei giovanissimi.
Se ti muovi solo nello spazio della fiera, rischi che lo slancio finisca quando si spengono le luci della Nuvola.
Per questo il discorso sulla “forma del libro” non riguarda solo grafica e formato. Riguarda la forma del racconto che lo accompagna: televisivo, social, ibrido. E chi ha un linguaggio che sa tenere insieme queste dimensioni – tv digitale, canali social, magazine culturali – oggi non è un orpello: è un pezzo di filiera.
Secondo blocco di dati: quello sull’Intelligenza Artificiale in casa editrice. Qui il cambio di scenario è ancora più netto.
Tre editori su quattro, il 75,3%, dichiarano di utilizzare strumenti di IA. Tra i grandi, oltre i 5 milioni di euro di fatturato, la percentuale sfiora la totalità: 96,2%. Man mano che il fatturato scende, cala anche l’adozione, ma non scompare: 75% tra 1 e 5 milioni, 66,7% tra 500mila e 1 milione, poco sopra il 60% nei segmenti più piccoli.
Non sono esperimenti marginali. L’IA entra in:
– materiali per ufficio stampa e comunicazione;
– redazione di metadati e paratesti (schede, quarte, descrizioni per gli store online);
– copertine e illustrazioni;
– editing, revisione bozze, traduzioni;
– attività amministrative e operative;
– progetti di accessibilità;
– analisi commerciali e previsioni di vendita;
– sviluppo di nuovi prodotti: software educativi, servizi legati alle banche dati.
L’IA, insomma, non sta sostituendo l’autore di narrativa. Sta comprimendo tutto ciò che, fino a ieri, richiedeva tempo umano intorno al testo: comunicati, sinossi, schede, mockup di copertine, controlli formali.
Il punto più delicato riguarda il rapporto fra cataloghi editoriali e grandi modelli linguistici (LLM).
Più di un editore su quattro, il 27,7%, è stato contattato da aziende che sviluppano sistemi come ChatGPT, Gemini, Claude per chiedere in licenza contenuti da usare in addestramento. Ma la prudenza è la regola: solo il 3,7% di chi è stato contattato ha firmato uno o più contratti.
Il 37% ha già chiuso la porta. Il 59,3% è ancora fermo in una zona grigia: valutazioni, dubbi, attesa di regole più chiare.
Le preoccupazioni principali sono quasi tutte legate al diritto d’autore e alla fiducia:
– revisione dei contratti, rapporti con i collaboratori, gestione dei diritti (63,9%);
– violazione del copyright nelle fasi di addestramento dei modelli (58,8%);
– “allucinazioni” dell’IA presentate come fatti, rischio di testi imprecisi o distorti (50,5% e 46,4%);
– protezione del materiale generato con l’IA (44,3%);
– difficoltà a stare al passo con la velocità dell’innovazione (42,3%);
– spiegare agli autori che cosa sta succedendo e quanto sono protette le loro opere (39,2%);
– proliferazione di self publishing generato da IA (32%);
– impatto sulla struttura interna e sugli investimenti (16,5% su più voci).
Solo il 6,2% degli editori dichiara di non avere alcuna preoccupazione. Una minoranza rumorosa in un mare di cautela.
Dai commenti dei rappresentanti di AIE emerge una doppia linea:
da una parte la volontà di stare sull’innovazione, accompagnando gli editori nell’uso degli strumenti di IA; dall’altra la richiesta di una cornice normativa chiara, in particolare sul diritto d’autore e sulle asimmetrie tra grandi piattaforme tecnologiche e piccole imprese editoriali.
Il messaggio implicito è semplice: senza politiche industriali che sostengano chi ha meno risorse, il rischio è di allargare il divario. Grandi gruppi capaci di trattare con le big tech e costruirsi strumenti propri; piccoli editori costretti a subire regole scritte da altri, con cataloghi usati come carburante a basso costo.
Messa in fila, la fotografia di “Più libri più liberi” è meno rassicurante di quanto sembri a prima vista.
Il libro continua a passare per la tv generalista. Viene spinto da reel, video verticali, community digitali. È accompagnato da una filiera in cui l’Intelligenza Artificiale produce testi di servizio, immagini, analisi. Intorno, un contenzioso aperto sui diritti usati per addestrare i modelli e su quelli da riconoscere alle opere future.
Non è la morte del libro. È il passaggio a un’altra fase: quella in cui la domanda non è più “se” usare schermi e algoritmi, ma a quali condizioni e con quali tutele. Per lettori, autori ed editori.