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Se c’è una cosa che la storia insegna, e insegna sempre con una certa ironia, è che la lingua pubblica non è mai neutra. È un sismografo dei tempi, certo, ma anche un arnese con cui i tempi stessi vengono plasmati. Ogni epoca ha avuto il suo registro: il latino limpido dei senatori romani che sapevano bene quanto una parola sbagliata potesse costare una congiura; la spavalderia dei tribuni che parlavano al popolo e si concedevano toni più ruvidi; la retorica fiammeggiante delle assemblee rivoluzionarie dove il volume contava quanto l’argomento. E poi, come in una specie di movimento pendolare, la restaurazione della misura, del decoro, del “parlare per costruire”.

Nessuna società ha mai mantenuto a lungo un linguaggio pubblico degradato. Troppa volgarità stressa, logora, consuma autorità. Ma ci sono momenti, come quello che stiamo vivendo, in cui la politica decide di servirsi della volgarità come di un attrezzo tattico, e allora il dibattito si deforma.

Oggi, il punto non è capire se i politici riflettano l’umore del tempo o se lo stiano accelerando: fanno entrambe le cose, come chi si trova davanti un incendio e invece di spegnerlo ci soffia sopra “per vedere cosa succede”. I social hanno introdotto una logica di adrenalina continua: premi la battuta aggressiva, punisci la frase lunga; esalti lo sfogo, dimentichi il ragionamento. La politica, che nel bene e nel male segue i meccanismi della visibilità, ha imparato presto che una volgarità piazzata al momento giusto diventa un titolo, un meme, un’intervista serale.

Ma il presente non basta a spiegare tutto. C’è un’altra scena che corre in parallelo, e che viene dal passato. Le società diventano più volgari quando perdono fiducia nelle loro istituzioni. Accadde nella Roma tardo-repubblicana: quando il prestigio del Senato cominciò a vacillare, gli insulti tra fazioni si fecero più crudi. Accadde nella Francia di fine Settecento, dove il linguaggio sempre più feroce anticipò la radicalizzazione politica. Accadde nei primi anni Venti europei, con le piazze che contestavano, spesso con termini violenti, un sistema che percepivano stanco o ingiusto.
C’è sempre lo stesso meccanismo: quando la politica alza la voce, di solito è perché pensa di non essere più ascoltata. La volgarità è un grido di debolezza travestito da forza.

E tuttavia, questo non significa che siamo condannati a una regressione. La storia non è un nastro trasportatore che ti trascina verso il basso. È fatta di biforcazioni improvvise, di ritorni di stile, di improvvise ricostruzioni. Bastano pochi attori, un leader, un movimento, persino un giornale che decide di cambiare tono, per rimettere la conversazione pubblica su un binario più civile. È successo decine di volte. Succederà ancora.

Se guardiamo al futuro, vedo due strade. La prima è quella dell’assuefazione: più volgarità significa più visibilità, e dunque la politica continua a inseguirla, trasformando il dibattito in un’arena. La seconda, più interessante, è quella del contraccolpo: il pubblico si stanca del rumore, torna a cercare chi parla con precisione, con rispetto, con una tonalità che non umilia ma costruisce. Le società mature, a un certo punto, reclamano aria pulita.

E qui sta l’aspetto più promettente: questo trend non è affatto scontato, né irreversibile. È semplicemente comodo, e come tutte le comodità può essere abbandonato quando smette di funzionare. Le epoche che hanno ritrovato una lingua civile lo hanno fatto sempre dopo una saturazione, un momento in cui la volgarità non produce più consenso ma fastidio.

Siamo vicini a quel punto? Forse sì. Forse la politica, come altre volte nella storia, sta fraintendendo il suo pubblico: scambia la reazione per preferenza, il rumore per consenso. E quando questo equivoco si sbriciolerà, perché si sbriciola sempre, tornerà conveniente parlare bene.
Non per moralismo, ma per efficacia.

La volgarità è un fiammifero: fa luce un secondo. La civiltà del linguaggio, quando arriva, illumina a lungo.

Armando