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Ricordo ancora il piacere con cui, da bambino, aprivo l’atlante. Non era un libro come gli altri: era una porta che si spalancava sul mondo. Sapevo esattamente dov’era Baku e potevo indicare senza esitazione il Mar Caspio, come se ci fossi stato davvero. Mi sembrava di avere tra le mani una sorta di potere segreto: conoscere i nomi, i confini, le montagne e i fiumi che la maggior parte dei miei coetanei ignorava.

Il regalo più atteso, poi, era il Calendario atlante tascabile della De Agostini: copertina rossa, caratteri minuscoli, tabelle fitte di numeri. Ogni anno confrontavo le cifre sugli abitanti, la produzione industriale, le superfici coltivate. Piccole variazioni che segnalavano cambiamenti grandi: un paese che cresceva, un altro che arretrava. In fondo, c’erano le bandiere: tutte, coloratissime. Era come sfogliare un catalogo di identità, un mosaico del pianeta.

Oggi gli atlanti sono quasi spariti. Sostituiti da Google Maps, da Wikipedia, dalle app che ci dicono in tempo reale dove siamo e dove stiamo andando. È più comodo, certo. Ma abbiamo perso qualcosa. Perché aprire un atlante significava fermarsi. Guardare il mondo dall’alto, senza fretta. Seguire con l’indice un fiume fino alla foce, scoprire un nome e chiedersi cosa ci fosse dietro.

E poi c’erano gli atlanti storici, quelli che raccontavano l’Europa al tempo di Carlo Magno, le crociate, le rotte degli esploratori. Quelle tavole ci facevano capire che la storia non è solo una sequenza di date, ma un continuo mutare di confini e popoli. Sfogliarle era come viaggiare nel tempo, con i colori che si spostavano da una pagina all’altra.

Forse per questo oggi li rimpiango. Perché un atlante non era solo un oggetto: era un esercizio di immaginazione. Ci allenava a pensare il mondo come un luogo grande, complesso, pieno di nomi che non conoscevamo e che ci spingevano a fare domande. Oggi abbiamo risposte immediate, ma meno domande.

E allora, magari, varrebbe la pena di riaprire un atlante. Anche solo per il gusto di ritrovare quella lentezza: seguire ancora una volta con il dito le coste del Mar Caspio e sentirsi, per un attimo, cittadini di un pianeta che non smetteremo mai davvero di esplorare.