E’ la mancanza d’immaginazione a spingerci
nei luoghi immaginati anziché restare a casa?
E se Pascal sbagliasse sullo starsene
seduti buoni buoni nella propria stanza?
(Elizabeth Bishop, Miracolo a colazione)
Arriva l’estate, la grande stagione, e ci disperde. Ci riprende la nostalgia, per il nomadismo, per il mare.
Per viaggiare occorre un certo stoicismo, dobbiamo prendere distanza dalle nostre cose, la casa, gli affari, i genitori anziani.
* * *
Il primo giorno andiamo con Demetrio in un ristorante. Il cameriere mette una bottiglia di vino al centro del tavolo e spiega qualcosa. Demetrio ci traduce: è l’omaggio di un amico.
“Questa è l’usanza” dice. “Quando qualcuno arriva”.
In un ristorante all’aperto, la musica. A un tratto parte la danza, il cerchio. Figure geometriche dei corpi, decorazione in movimento. Le antiche kore, la grazia.
Il convivio. La portata è al centro del tavolo, ognuno prende la sua parte.
La vita all’aperta, il passeggio.
Strana la parlata. Il tono e la cadenza sono quelli del Meridione d’Italia e mi sembra di coglierne un senso familiare. Però, quando pongo attenzione alle parole, la lingua mi diventa inaccessibile.
Fusione degli elementi del paesaggio, terra e acqua mescolate insieme. Alberi sulla riva del mare, montagne in lontananza, una diversa gradazione d’azzurro.
Finalmente! Un mese lontano da cronache di nulla e resoconti di zeri, maneggi politici e spostamenti millimetrici di potere. Dove niente potrà raggiungermi, se non guerre totali o cataclismi naturali.
Un mese a seguire le evoluzioni della luna, aspettando come un evento il suo sorgere ritardato ogni giorno. Dalla veranda di casa o dalla riva del mare.
A Iolco. Pensa, da qui partì Giasone, da qui salpò la nave Argo. La cultura, la memoria: siamo fatti anche di questo.
L’onda sui sassi. Lo stesso suono da millenni.
Sole, mare, vento. Questo nei giorni, questo nei discorsi.
La sabbia bianca, il mare azzurro. A Milospotami, sull’Egeo. Adesso capisco l’espressione “Egeo ondoso”.

A Meteora. Un prete ortodosso ci spiega che le pietre sono cadute dal cielo. O forse, penso io, è la terra che s’alza sulla punta dei piedi per vedere il cielo. O forse è sempre la stessa storia della terra che dà l’assalto al cielo.
Bello il nartece, il lampadario e gli affreschi. Il giudizio universale, la storia di Cristo e la vita dei santi. Tutto lo spazio pieno, non un centimetro di vuoto.
Non c’è una via, persino sperduta, in montagna, che non abbia una cappellina con le sue icone. I fedeli s’inchinano, si segnano, baciano le immagini, accendono un lume o una candela.
Quale iconoclastia? Neppure un cattolico venera tante immagini. Quale scisma? Anche qui ori e decorazioni.
Verso Delfi. Dappertutto o la montagna o il mare. Spesso l’una e l’altra. E sui paesi domina la mole arrotondata di una basilica bizantina.
Erin ha un’intuizione.
“Ecco a cosa si sono ispirati per il teatro greco”.
“A cosa?”.
“Ai fianchi della montagna”.
E indica le insenature che si aprono nelle valli.
A Delfi. Non so cosa mi colpisce di più: la storia – e l’arte – o il paesaggio.
A un certo punto, scendendo dallo stadio, vediamo formarsi un mulinello d’aria che solleva una colonna di polvere e attraversa il piccolo spiazzo davanti a noi. Un prodigio?
La domanda di Erin, dopo essere usciti dal museo di Delfi.
“Pensate che abbiamo capito tutto? Siamo sicuri che gli antichi volessero dire quello che noi pensiamo?”.
Semplicemente andare, e guardare attorno.
La strada apre due braccia infinite e mi chiama avanti.
I tralicci, giganti con le braccia tese, allineati nella pianura.
Mossi dagli spostamenti d’aria provocati dalla circolazione nei due sensi di marcia, gli oleandri delle aiuole spartitraffico ondeggiano come per una riverenza.
Dappertutto montagne, il mare sembra un lago. Ma è vivo, e s’intuisce uno sbocco, da qualche parte.
* * *

Verso l’Olimpo. Una nuvola staziona sul monte, due aquile volteggiano.
Prima le case, i cui tetti spioventi la prospettiva ci offre uno sull’altro per l’irregolarità del terreno; poi la vegetazione lungo i pendii, di diverse tonalità di verde; poi le montagne, a coni e piramidi; e infine il cielo. Questa varietà, nelle località di montagna, è gradita all’occhio e alla mente.
Scendiamo dalla macchina e ci dirigiamo verso uno spiazzo con una folla di tavoli e persone. Demetrio sta stringendo delle mani. Quando arriviamo fa le presentazioni. Aggiungiamo delle sedie e un tavolo. L’ambiente ferve come un alveare.
“Quanta gente! E parlano tutti”.
“L’importante non è consumare, l’importante è il dialogo” dice Demetrio.
Per un po’ parlano in greco, poi Demetrio traduce.
“Il signore ha settantotto anni e la moglie sessantasei; sono sposati da quarantotto. La signora racconta che quando lei e il marito bevono un caffè, lei dice ‘Che sia l’ultimo’. Vuole dire che è contenta della vita vissuta con lui, e che, se anche la vita finisse, lei sarebbe contenta di quanto ha avuto: perché è ancora innamorata, come lo era da giovane”.
Poi il signore, che si chiama Yorgos, ricorda passaggi della storia greca. Vede il nostro interesse per l’argomento e commenta:
“I Romani hanno tentato di portare una lingua comune, ma non ci sono riusciti. E prima non c’era riuscito il grande Alessandro. Speriamo che non ci riesca Bush con le bombe”.
Dopo un po’ ci invitano a mangiare da loro. Qualcuno è indeciso, ma qualcuno dice che un rifiuto li offenderebbe. Demetrio spiega che deve andare via presto per visitare la tomba del padre in un paese vicino, allora si arriva a una mediazione: accettiamo l’invito, ma solo per uno spuntino.
Davanti a casa loro, attorno a un tavolo. Ci sediamo su una panca, che guardiamo con curiosità: è tratta da un tronco. Demetrio ci traduce la spiegazione del signor Yorgos.
“L’ha fatta con le proprie mani suo padre, col tronco di un platano che era stato colpito da un fulmine”.
La signora ci prega di accettare un piccolo dolce, e noi lo facciamo volentieri. Appare portando un piatto con delle fette.
“E’ fatto con le noci dell’albero che ci fa ombra” spiega.
Elle chiede quanti anni ha l’albero e il signor Yorgos dice almeno duecento. Già il padre gli diceva che aveva più di cento anni, quando lui era piccolo.
Poi la signora porta un altro dolce e ne dà una porzione per uno e due porzioni a Erin.
“Per te e per il figlio che verrà da te” le dice.
Dopo si riempiono i bicchieri d’acqua e si brinda.
“Che voi possiate essere felici come lo siamo noi due” è l’augurio della signora.
Dopo ci guardiamo attorno ammirando il monte e la campagna.
“Finché starà bene il signor Yorgos qui sarà sempre estate” dice la signora.
Il signor Yorgos ci invita ad andare a vedere l’orto, e ci mostra pomodori, peperoni, zucchine, patate, fagioli, cipolle, e gli alberi da frutta: noci, fichi, susine. Al ritorno altre vivande sono sulla tavola: insalata, formaggio, frittata, polpette. La signora parla delle figlie e si mostra dispiaciuta che una di esse si sia sposata a diciassette anni.
“L’ho goduta poco” dice, e le si inumidiscono gli occhi.
Elle, che le è seduta accanto, le fa una carezza.

Al momento di partire ci riempiono di doni. Come pensandolo sul momento, ci rincorrono dandoci ora una cosa ora l’altra: un sacchetto di noci, un rametto di susine, a Erin un bocciolo di rosa. La signora piange abbracciandoci. Ci accompagnano per un po’ sulla strada. Prima si ferma la moglie, poi il marito.
Quanto conta che un monte si chiami Olimpo; una valle, Tempe; un fiume, Peneo; una terra lontana, Eubea?
Per un mese – essere pietra, essere acqua.
Il senso dell’ora viene meno. Guardiamo un tratto di mare e cielo, e potremmo essere in qualsiasi luogo.
Salonicco è un libro aperto. Puoi leggere le sue strade come capitoli di storia.
Di fronte alla più grande moschea dei Balcani. Una costruzione cadente, pericolante, recintata.
Di fronte a un’altra moschea. Il minareto è spezzato, bambini giocano sotto il portico. Volontà di cancellare una presenza. E vicino una chiesa bizantina. La fede vinta e la fede trionfante.
“Che spazi aperti!” dice Erin.
E Elle a me:
“Hai occhi più grandi”.
La luce è visione. Mi sembra di vedere meglio.
E’ tutto oro e verde, bianco e azzurro. La vista mi dà un piacere fisico.
Il paesaggio, lo fa il colore. Alcune fasce colorate: il verde intenso degli alberi riflesso nelle acque, la striscia rossastra della riva e l’azzurro del cielo: ecco cosa fa del lago di Plastira uno dei luoghi più belli che io abbia visto.
Una sera andiamo ad ascoltare un quartetto in cui suonano due amici di Demetrio, Costantino e Zafirula, a Kato Gatsea. Il concerto è sul molo. Alle spalle dei musicisti i riflettori illuminano gli scogli; la luna, il mare.
“Senti” mi fa Elle.
E’ il pubblico che canta sottovoce.
So dire poco dell’Acropoli di Atene. Sono intimorito dal luogo, abbagliato da luce e pietre, stordito dal caldo, confuso dal vento.
A Sesklo e Dimini, nei siti neolitici più antichi d’Europa. Non ci sono visitatori né segni d’uomo. Vallate rigogliose separano montagne che sembra di poter toccare allungando la mano. Pare di essere in vetta al mondo. Il silenzio è sottolineato dal vento. Viene da pensare che questo è quello che vedeva l’uomo prima della storia, e il pensiero dà le vertigini.
Poi penso alle variazioni climatiche, ai cambiamenti di fauna e flora, a come tutto allora era diverso, e lo smarrimento è ancora maggiore.
Succede gli ultimi giorni. Soddisfatta l’ansia di girare, finalmente ci abbandoniamo al riposo.
Giorgio Morale
Bloc notes nasce così: un taccuino in tasca e lo sguardo acceso.
Non è una guida, non è un reportage. È una raccolta di appunti presi camminando: luoghi, dettagli, incontri, silenzi. Ogni puntata parte da un’immagine o da un gesto minimo e prova a raccontare cosa resta di un viaggio, quando le fotografie finiscono e comincia la memoria.
Sono note a margine del mondo. Piccole storie. Geografie interiori.
Un modo lento di attraversare i posti, e di lasciarsi attraversare.


